Egle
Roveri è del 1922. Fuma nazionali e beve il suo bicchiere di rosso. Staffetta
partigiana a Poggio Rusco, nel mantovano. Adesso vive a Sant’Antonino di Susa,
ci è arrivata per l’amore della vita. Tav? «Cose brutte». Preferisce parlare
dei suoi anni. «Ne ho prese, di botte. Quante case ho visto bruciare. Anche a
un’amica». Una volta, a fine guerra, il padre le ha portato in casa un soldato
delle SS ferito, lei l’ha medicato e gli ha cavato i panni, perché non lo
ammazzassero i suoi. «In guerra siamo tutti uguali. Cose brutte. Anche adesso,
chissà come va a finire. Qui si è sempre vissuto di quel che si ha. E’ brutto
prendere le cose degli altri. Alla gente vengono a portar via i castagni. Ci
sono sempre stati». Suo marito fu il partigiano Riccardo Martoia: un
combattente, non un santo. Dopo la guerra prese parte a un plotone di
esecuzione contro il podestà di Sant’Antonino, a sua volta fra i partecipanti
alle fucilazioni dei partigiani della zona. Per il resto della vita, Egle fu
bracciante. Zappa, forca, e caricare fieno. Dalle cinque del mattino. Piange,
molto, riprendendo in mano le lettere scritte dal suo innamorato. Esiste e
resiste anche lei, in Valsusa.
Stefano Rotta
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| Egle Roveri, staffetta partigiana, con lettere d’amore dell’epoca. Sant’Antonino di Susa |
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